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Studio Futuroma

Sharenting, quella voglia incredibile di condividere foto dei tuoi figli

Prendete il termine “parenting” (in inglese: essere genitori) e aggiungetevi “sharing” (condividere). Il risultato è lo sharenting, ovvero quella pratica di condividere sui social network le foto o i video del proprio bambino. Alzi la mano chi non l’ha fatto o chi – non essendo genitore – non si sia imbattuto in un contenuto di questo genere? Benissimo: zero mani alzate. Ma come mai piace così tanto condividere e diffondere immagini dei propri pargoli? In realtà, oltretutto, non si tratta solo di immagine. Sono tanti, infatti, anche i semplici post che descrivono o raccontano momenti intimi e anche ciò (ovvero parlare del figlio senza farlo vedere) rientra nella sharenting.

Tornando al quesito, prima di rispondere però è necessario contestualizzare. Una volta c’erano gli album di famiglia e le chiacchiere con gli amici, adesso c’è tutto questo contesto virtuale e digitale dove più o meno avviene lo stesso. C’è una sola grande differenza tra le due epoche. La prima era focalizzata alla ricerca del senso, ora interessa esclusivamente un altro aspetto: il consenso. Consenso che sicuramente in una situazione di fragilità emotiva e cambiamento, com’è il diventare madre e padre per la prima volta, diventa ancora più evidente. Le neomamme hanno, oltretutto, una condizione di vulnerabilità (provate a chiederglielo) e per superarla non c’è terapia migliore se non quella di essere percepite come “buone madri“.

Essere considerata una buona madre, fortifica l’emotività della mamma e l’aiuta ad uscire dalla crisi. Per riuscire a superare questa fase non piacevole, la condivisione di contenuti (video, foto o testi) che declamino con positività l’avventura genitoriale, è una soluzione per rafforzare la propria persona. Condivisione di una frase –  “oggi il mio piccolo ha detto la sua prima parola” – scaturisce una pioggia di consenso e di like. Questi sono la miglior medicina per una persona che ha cambiato ruolo sociale e ha bisogno di capire quale nuovo capitolo della sua vita si sia aperto.

Sharenting come strumento per generare consenso. Sharenting, però, anche come semplice voglia di raccontare quello che di bello ti sta succedendo. Esistono controindicazioni in questa attività? Certo, la più ovvia è quella di andare contro il consenso del figlio stesso. Un articolo de Il Corriere della Sera del marzo 2019 racconta che tantissimi bambini hanno una vita digitale, ancora prima di nascere, con la condivisione della prima ecografia. Il 92% di quelli sotto i due anni, invece, ha un’attività online attraverso le azioni dei genitori. Sono aspetti che possono preoccupare, ma soprattutto che possono non piacere al bambino stesso che, una volta cresciuto, facendo delle ricerche, potrà ritrovarsi di fronte ad alcune sue foto “compromettenti” (es. un’immagine di lui sul vasetto o tutto nudo mentre fa il primo bagnetto).

Dal punto di vista legale i genitori possono pubblicare le foto dei figli? No. Il Tribunale di Roma il 23 dicembre 2017 ha condannato una madre a rimuovere immediatamente le immagini e i contenuti dove il protagonista era il figlio minorenne che appariva in molte foto e video dei profili social della donna. Il giudice ha stabilito che il genitore ha dovuto provvedere alla cancellazione delle foto e se non l’avesse fatto avrebbe dovuto scontare la pena (ovvero una condanna a 10.000 euro di sanzione). L’art. 96 della legge sul diritto d’autore, parla chiaro: il ritratto di una persona non può essere esposto senza il suo consenso. Un consenso, quindi, che deve essere dato anche da un figlio a una madre.

Possiamo chiamarlo sharenting, dimostrando di essere al passo con i tempi. Possiamo anche  farlo diventare una toccasana emotivo per il neo genitore alle prese con una crisi interiore. Possiamo tutto, ci mancherebbe. Se però evitiamo (o perlomeno riduciamo) forse è meglio per il futuro del nostro piccolo che un giorno, da grande, potrò addirittura portarci in tribunale.

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